Biografie

Il Segreto dell’Imperatrice

Una donna in abito avorio davanti alla finestra, illustrazione di Il segreto di un’Imperatrice

Anteprima di lettura

Il segreto di un’Imperatrice

Una bambina cresciuta nel segreto. Una donna che rivendica un legame con Sissi.

Caroline Franciska Marie Kaiser
Contessa Zanardi-Landi

Memorie e misteri della corte degli Asburgo

La donna che si dichiarò figlia di Sissi

Un appartamento vicino all’Opera di Vienna, una famiglia incaricata di custodire un segreto, le visite di una signora elegante davanti alla quale tutti si inchinano. La contessa Zanardi-Landi comincia così il racconto della propria infanzia. Nelle sue memorie afferma di essere figlia dell’imperatrice Elisabetta d’Austria, cresciuta lontano dalla corte per volontà della sovrana. Attraverso il suo sguardo, il lettore entra in un mondo di affetti riservati, silenzi e domande sulle proprie origini.

«Così, la decisione di mia madre di plasmare il carattere almeno di uno dei suoi figli comportò che io nascessi nell’oscurità. Ma proprio quell’oscurità fu per me luce.»Dalla prefazione dell’autrice

Una chiave di lettura
Il libro espone la versione personale dell’autrice. Il legame di filiazione con Elisabetta è una sua rivendicazione e viene presentato qui come tale, non come un fatto dimostrato dal manoscritto. L’anteprima conserva la voce e le affermazioni del testo.

Il primo capitolo completo

I. La mia nascita

Nacqui nel 1882, al castello di Sassetot, presso Petites-Dalles, nel dipartimento della Seine-Inférieure, in Normandia. Non ho più rivisto quel luogo dai miei primissimi giorni, e non saprei darne alcuna descrizione. Quanto alle circostanze della mia nascita, naturalmente quel poco che so l’ho appreso da altri. Ne riferisco dunque i particolari con ogni riserva, sebbene abbia cercato, per quanto possibile, di verificarne l’esattezza mediante confronti e indagini.

In via semi-ufficiale si diffuse la voce che mia madre, l’Imperatrice d’Austria, avesse avuto un incidente mentre era a cavallo. L’Imperatore Franz-Joseph venne segretamente a farle visita; la sua presenza in Normandia in quel periodo era nota all’Eliseo, ma accuratamente taciuta ovunque altrove. Mia madre stessa viveva a Petites-Dalles sotto incognito come contessa Hohenembs. Ciò che passò tra lei e l’Imperatore non sarà mai rivelato. Poche settimane più tardi, quando mia madre ebbe riacquistato la salute, dovetti intraprendere un lungo viaggio — il primo dei molti lunghi viaggi che sarebbero stati il mio destino in questa vita. Viaggiai dalla Normandia a Vienna.

A capo del gruppo vi era il professor Karl Braun von Fernwald, medico di mia madre, un uomo corpulento e cordiale che non solo aveva contribuito a portarmi in questo mondo di dolore, ma si era anche assunto la responsabilità di ogni disposizione relativa ai primi anni della mia vita. C’erano poi la contessa Goess, una delle più intime amiche di mia madre; Alois Pirker, che per tanti anni ancora sarebbe stato il mio fedele maggiordomo; e infine Theresa Schedivi, la mia nutrice, boema di nascita.

La prima necessità, a Vienna, era trovarmi una casa. Poiché era intenzione di mia madre allevarmi nel più assoluto segreto, ma non educarmi a un’esistenza oscura una volta adulta, il compito non era facile. Ella aveva espresso in modo particolare la propria opposizione all’idea di affidarmi a qualche famiglia aristocratica viennese con accesso alla Corte, poiché per costoro sarebbe stato impossibile custodire il segreto. Inoltre, in quegli ambienti, l’influenza del clero è totale, ed era sua ferma volontà che io non fossi esposta a un’eccessiva ingerenza ecclesiastica. Anche importanti famiglie austriache fuori Vienna furono ritenute poco sicure.

Le istruzioni impartite al professor Braun erano state brevi e inequivocabili. Dovevo essere collocata presso estranei, in una famiglia ben educata, colta e raffinata, stimata nel luogo da cui proveniva ma sconosciuta a Vienna. Così avvenne che fui condotta in casa del signor e della signora Kaiser, entrambi grandi amici del professor Braun, e in particolare la moglie. I Kaiser frequentavano ottimi ambienti a Berlino, dove il marito era stato direttore della Deutsche Bank. Ma, giunti a Vienna, non erano conosciuti, e perciò rispondevano perfettamente alle esigenze di mia madre.

Negli anni successivi mi è venuto in mente che il nome Kaiser fosse di per sé una fortunata coincidenza; infatti, anche se da bambina mi capitava di udire espressioni come «Kaiserliche Mutter, Kaiserliches Kind» («madre imperiale, figlia imperiale»), esse, prima che raggiungessi un’età abbastanza matura da condividere con lei il segreto, non erano per me che un gioco di parole, e non mi davano alcun indizio sull’altissimo rango di mia madre.

Non deve essere stato facile introdurre la mia piccola persona nella casa dei Kaiser, e pare che a tale scopo sia stata inscenata una vera commedia. Dopo i debiti preparativi, la signora Kaiser si ammalò improvvisamente. I suoi figli erano già stati mandati fuori con la loro bonne francese. I domestici vennero allora spediti in tutta fretta in diverse direzioni: uno a chiamare la levatrice, che abitava lontano, un altro a cercare il professor Braun, e un altro ancora il signor Kaiser, che «disgraziatamente» si trovava fuori casa in quel momento. Si immagini lo stupore di tutta la servitù quando, al loro ritorno, sentirono dire che nel frattempo la povera signora Kaiser aveva dato alla luce una bambina, essendo stata presente al momento importante soltanto la nutrice, l’abilissima Theresa Schedivi! Fu così che io nacqui una seconda volta.

I miei primi ricordi d’infanzia sono luminosi e sereni. Vivevo con i miei genitori adottivi in un magnifico appartamento al numero 5 dell’Opernring, vicino al Teatro dell’Opera Imperiale. Al primo piano si trovava l’atelier di Frau Caroline Brayer, sarta di mia madre. L’appartamento al piano superiore era stato preso appositamente per permettere a mia madre di venirmi a trovare senza difficoltà né sospetti. A quel tempo era uno dei più bei quartieri di quel genere in tutta Vienna.

A chi non conosce la città potrà sembrare strano che ambienti tanto eleganti si trovassero sopra l’atelier di una sarta, ma sotto questo aspetto Vienna è un luogo eccezionale. Non possiede un vero quartiere residenziale, né un preciso centro degli affari, né caratteristiche particolari che distinguano nettamente le sue diverse zone. Un uomo ricco, per esempio, può abitare in un punto della città, e un suo amico altrettanto ricco nel settore numero 18, all’estremo opposto; e uno straniero giunto a Vienna per affari potrebbe avere tre indirizzi da visitare, uno nel terzo distretto, un altro nel sesto e un altro ancora nell’undicesimo, cosicché impiegherebbe mezza giornata per ciò che a Londra o a New York gli richiederebbe appena mezz’ora.

Tutti, nella casa dell’Opernring, erano buoni e gentili con me, e mi trovavo circondata da tutto ciò che il cuore di una bambina potesse desiderare. Di certo nessun’altra bambina al mondo avrebbe potuto avere una stanza dei giochi più grande e più piacevole della mia, né bambole più belle e giocattoli più divertenti. E se rompevo i miei giocattoli o maltrattavo le mie bambole, nessuno mi rimproverava per questo. Né venivo agghindata con troppa ricercatezza o infastidita da una molteplicità di balze e nastri, come accade a certe piccole sventurate, tormentate nell’anima e nel corpo e tenute in perpetuo terrore di «rovinarsi il vestito». Non c’era nulla da rovinare nei miei semplici vestitini bianchi.

Talvolta, però, venivo vestita con uno sfarzo inconsueto. Allora sapevo sempre che quel giorno avrei visto una bellissima signora, alta e slanciata. In presenza di quella signora ero molto timida, sebbene, ogni volta che veniva a trovarci, mi baciasse e mi accarezzasse più e più volte. Benché la signora Kaiser fosse alta ed elegante, la visitatrice mi sembrava ancor più tale, probabilmente perché era più sottile. La sua voce era bassa e melodiosa, e dava a me, almeno, l’impressione che non potesse mai essere irritata, né adirata, né scortese. Eppure proprio questo mi rendeva ancor più intimidita.

Anche la signora pareva alquanto impacciata, come se non sapesse bene che cosa dire alla bambina che vedeva solo a lunghi intervalli. Un’altra cosa che accresceva in me quel senso di reverenza era l’inchino profondissimo con cui la signora Kaiser l’accoglieva sempre; non era infatti una donna solita prodigarsi in simili riguardi, e in ogni altra circostanza era lei la persona che riceveva il maggior rispetto in tutta la casa.

Tutto ciò che ho raccontato finora dei miei ricordi personali è nella mia mente vago e indistinto. Mi muovo nella memoria come un viaggiatore che si apra il cammino attraverso una notte oscura e greve. Devo tormentarmi il cervello per afferrare qualcosa di abbastanza vivido da poter essere tradotto in parole. Ma ora gli avvenimenti cominciano a delinearsi con maggiore nitidezza. La mia strada mi si stende davanti con crescente chiarezza fino alla fine — fino a quella triste fine di un’altra vita, che gettò tanto dolore sulla mia e mi lasciò sola ad affrontare il mondo.

•••

La storia continua

Oltre la porta di quella casa

Chi era la signora delle visite segrete? E perché quella bambina veniva cresciuta lontano dalla corte? Prosegui il racconto della contessa Zanardi-Landi, tra ricordi d’infanzia, incontri e la ricerca della propria identità.

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