Herland
Anteprima di lettura
Herland
Tre esploratori, un paese abitato soltanto da donne e una civiltà capace di mettere in discussione ogni certezza
Utopia · Esplorazione · Libertà
Un mondo oltre ciò che chiamiamo “normale”
Quando Vandyck Jennings e i suoi compagni raggiungono la misteriosa Herland, scoprono una società senza guerre, miseria o dominio maschile, fondata sull’educazione, sulla cooperazione e sulla responsabilità collettiva. Ma il vero viaggio non consiste nel trovare un paese sconosciuto: è imparare a guardare il proprio mondo con occhi nuovi.
«Il resto del mondo deve sapere di quel paese.»
Capitolo I
Un’impresa non del tutto innaturale
Questo racconto è scritto a memoria, purtroppo. Se avessi potuto portare con me il materiale che avevo preparato con tanta cura, sarebbe una storia molto diversa. Interi libri di appunti, documenti copiati scrupolosamente, descrizioni di prima mano e le fotografie: questa è la perdita peggiore.
Avevamo vedute dall’alto delle città e dei parchi; molte splendide immagini delle strade e degli edifici, all’esterno e all’interno; fotografie di quei giardini magnifici e, cosa più importante di tutte, delle donne stesse.
Nessuno crederà mai al loro aspetto. Quando si tratta di donne le descrizioni non servono a molto, e comunque non sono mai stato bravo a descrivere. Ma in qualche modo bisogna farlo: il resto del mondo deve sapere di quel paese.
Non ho detto dove si trovi, per timore che qualche missionario autoproclamato, qualche commerciante o qualche espansionista affamato di terre decida di introdurvisi. Non saranno i benvenuti, posso assicurarlo, e se riusciranno a trovarlo avranno una sorte peggiore della nostra.
Cominciò così. Eravamo in tre, compagni di studi e amici: Terry O. Nicholson — lo chiamavamo il Vecchio Nick, e a ragione —, Jeff Margrave e io, Vandyck Jennings.
Ci conoscevamo da anni e anni e, nonostante le nostre differenze, avevamo molto in comune. Eravamo tutti interessati alla scienza.
Terry era abbastanza ricco da fare ciò che voleva. La sua grande aspirazione era l’esplorazione. Protestava continuamente perché ormai, a suo dire, non restava più nulla da esplorare, ma soltanto zone da completare e dettagli da aggiungere alle mappe. Era pieno di talenti, soprattutto nella meccanica e nell’elettricità. Possedeva ogni genere di imbarcazioni e automobili ed era uno dei nostri migliori aviatori.
Senza Terry non avremmo mai potuto tentare quell’impresa.
Jeff Margrave era nato per essere poeta, botanico, o entrambe le cose; ma la famiglia lo aveva persuaso a diventare medico. Era un buon medico per la sua età, benché il suo vero interesse fossero quelle che amava chiamare «le meraviglie della scienza».
Quanto a me, la mia disciplina principale era la sociologia. Naturalmente bisogna sostenerla con molte altre scienze, e mi interessavano tutte.
Terry era forte nei fatti: geografia, meteorologia e simili. Jeff poteva superarlo in qualunque momento in biologia. A me non importava di che cosa parlassero, purché avesse in qualche modo a che fare con la vita umana. E sono poche le cose che non lo fanno.
Noi tre avemmo l’occasione di unirci a una grande spedizione scientifica. Avevano bisogno di un medico, e questo diede a Jeff il pretesto per abbandonare lo studio appena avviato; occorrevano l’esperienza di Terry, i suoi mezzi e il suo denaro; quanto a me, entrai grazie alla sua influenza.
La spedizione risaliva i mille affluenti e l’immenso entroterra di un grande fiume, fino a regioni dove le mappe dovevano ancora essere tracciate, i dialetti delle popolazioni locali studiati e ci si attendeva di incontrare ogni genere di flora e fauna sconosciute.
Ma questa storia non riguarda quella spedizione. Essa fu soltanto il più piccolo punto di partenza della nostra.
Il mio interesse fu destato per la prima volta dai racconti delle nostre guide. Imparo rapidamente le lingue, ne conosco parecchie e le assimilo con facilità. Grazie a questo e a un interprete davvero capace, riuscii a comprendere molte leggende e molti miti popolari delle tribù sparse in quelle regioni.
Mentre risalivamo sempre più il fiume, in un oscuro intrico di corsi d’acqua, laghi, paludi e foreste fitte, con qua e là un lungo sperone inatteso che si protendeva dalle grandi montagne lontane, notai che un numero crescente di abitanti raccontava di una strana e terribile Terra delle Donne, nascosta in una regione elevata e remota.
«Lassù», «da quella parte», «molto in alto»: erano le sole indicazioni che potevano offrirci. Ma tutte le leggende concordavano sul punto essenziale: esisteva uno strano paese nel quale non vivevano uomini, ma soltanto donne e bambine.
Nessuno di loro lo aveva mai visto. Era pericoloso, mortale, dicevano, per qualunque uomo andarvi. Tuttavia narravano di tempi lontani, quando qualche coraggioso esploratore era riuscito a scorgerlo: un grande paese, grandi case, molte persone. Tutte donne.
Nessun altro vi era andato? Sì, parecchi. Ma non erano mai tornati. Che non fosse un luogo adatto agli uomini, di questo sembravano certi.
Riferii quei racconti agli altri e loro ne risero. Naturalmente risi anch’io. Conoscevo la materia di cui sono fatti i sogni dei popoli considerati selvaggi.
Ma quando raggiungemmo il punto più lontano del nostro viaggio, proprio il giorno prima di doverci voltare e iniziare il ritorno, come prima o poi accade anche alle migliori spedizioni, noi tre facemmo una scoperta.
L’accampamento principale sorgeva su una lingua di terra protesa nel corso d’acqua che ritenevamo fosse il fiume principale. Aveva lo stesso colore fangoso che vedevamo da settimane e lo stesso sapore.
Mi capitò di parlare di quel fiume con la nostra ultima guida, un uomo piuttosto sveglio, dagli occhi vivaci e penetranti. Mi disse che esisteva un altro fiume: «Da quella parte. Fiume corto, acqua dolce, rossa e azzurra».
La cosa mi incuriosì e, desideroso di capire se avessi compreso bene, gli mostrai una matita rossa e azzurra che portavo con me e gli rivolsi nuovamente la domanda.
Sì. Indicò il fiume e poi il sud-ovest.
«Fiume… acqua buona… rossa e azzurra.»
Terry era vicino e si interessò ai gesti dell’uomo.
«Che cosa dice, Van?»
Glielo spiegai. Terry si accese immediatamente.
«Chiedigli quanto è lontano.»
L’uomo indicò un viaggio breve: calcolai due ore, forse tre.
«Andiamo», insistette Terry. «Soltanto noi tre. Forse riusciremo davvero a trovare qualcosa. Potrebbe esserci del cinabro.»
«O forse indaco», suggerì Jeff con il suo sorriso indolente.
Era ancora presto, avevamo appena fatto colazione. Lasciammo detto che saremmo tornati prima di sera e ci allontanammo in silenzio, non volendo apparire troppo creduloni se avessimo fallito e sperando segretamente di riservare soltanto a noi una piccola scoperta.
Furono due ore molto lunghe, più vicine a tre. Immagino che la guida, da sola, avrebbe impiegato molto meno. Attraversammo un intrico disperato di boschi e acque e una zona paludosa nella quale non avremmo mai trovato la strada senza di lui. Vedevo Terry, con bussola e taccuino, annotare le direzioni e cercare punti di riferimento.
Dopo qualche tempo raggiungemmo una specie di lago paludoso, così vasto che la foresta tutt’intorno appariva bassa e indistinta sulla sponda opposta. Costeggiammo l’acqua per un’altra mezz’ora; il terreno diventava più solido mentre avanzavamo. Poi girammo intorno a un promontorio boscoso e vedemmo un paesaggio completamente diverso: montagne improvvise, ripide e spoglie.
Lasciammo il lago e ci dirigemmo verso le pareti rocciose. Sentimmo scorrere l’acqua prima ancora di raggiungerla e la guida ci indicò con orgoglio il suo fiume.
Era davvero corto. Potevamo vedere l’acqua precipitare in una stretta cascata verticale da un’apertura nella parete della rupe. Era acqua dolce. La guida bevve avidamente e noi facemmo lo stesso.
Quanto al rosso e all’azzurro, l’acqua appariva verdognola. Ma la guida non sembrò affatto sorpresa. Cercò un poco e ci mostrò una pozza tranquilla lungo la riva, dove si vedevano tracce rosse sul bordo. E anche azzurre.
Terry estrasse la lente d’ingrandimento e si accovacciò per esaminarle. Ci arrampicammo lungo le rive scoscese e ci avvicinammo alla pozza che ribolliva sotto l’acqua cadente. Là cercammo ancora e trovammo tracce di colore indiscutibili. Poi Jeff sollevò all’improvviso un trofeo inatteso.
Era soltanto uno straccio, un lungo frammento sfilacciato di tessuto. Ma era ben lavorato, decorato con un motivo e di un rosso scarlatto brillante che l’acqua non aveva scolorito. Nessuna delle tribù di cui avevamo sentito parlare produceva stoffe simili.
La guida rimase serenamente sulla riva, soddisfatta della nostra eccitazione.
«Un giorno azzurro, un giorno rosso, un giorno verde», ci disse, estraendo dalla borsa un’altra striscia di stoffa vivacemente colorata.
Poi indicò la cascata.
«Viene giù. Terra delle Donne… lassù.»
Fu allora che cominciammo a essere davvero interessati.
La scoperta è appena iniziata
Che cosa troveranno oltre la cascata?
I tre esploratori immaginano una terra primitiva, fragile e divisa. Herland li costringerà invece a mettere in discussione le loro idee sulle donne, sull’amore, sulla maternità e sul significato stesso di civiltà.
Classici e voci femminili
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Immagine d’atmosfera: gruppo di donne in un giardino storico, raccolte della Library of Congress. La fotografia non raffigura i personaggi immaginari del romanzo.


