La Schiava Isaura
La schiava Isaura
Il destino di una giovane donna alla quale viene negato persino il diritto di appartenere a se stessa
Educata come una dama, posseduta come una schiava
Nella fertile regione brasiliana di Goitacases, Isaura vive nella fazenda della famiglia Almeida. È colta, sensibile e protetta dalla giovane Malvina, ma nessun privilegio può cancellare la verità della sua condizione: la sua vita dipende dalla volontà dei padroni.
Pubblicato nel 1875, il romanzo di Bernardo Guimarães intreccia sentimento, denuncia sociale e aspirazione alla libertà. Al centro non c’è soltanto un amore contrastato, ma una domanda radicale: quale valore possono avere bellezza, educazione e affetti quando a una persona è negato il diritto di scegliere il proprio destino?
«Questa educazione che mi è stata data, questa bellezza che tutti celebrano, a che cosa servono? Sono tutt’al più gli ornamenti con cui si adorna la baracca dello schiavo. Resta comunque una dimora miserabile.»
Capitolo I
Nei primi anni del regno di Don Pedro, nella ricca e fertile regione di Goitacases, sulle rive del fiume Paraíba, si estendeva una magnifica fazenda, situata non lontano dalla piccola città di Campos.
Un importante edificio dalle forme armoniose era immerso in una vasta pianura coltivata, ai piedi di alte colline boscose, in parte spogliate dai taglialegna. Nei dintorni, la natura conservava il suo aspetto primitivo e selvaggio, ma nei pressi dell’abitazione la mano dell’uomo aveva addomesticato la vegetazione troppo rigogliosa, per modellare giardini e frutteti, prati e ricchi pascoli. Di tanto in tanto, alcuni alberi giganteschi — manghi, cedri e banani — ombreggiavano il paesaggio e testimoniavano ancora la vitalità dell’antica foresta. A malapena si vedeva un muretto, un recinto o un fossato. I prati e le piantagioni vicine erano delimitati da spesse siepi di bambù che donavano all’insieme l’aspetto di un immenso parco.
La casa dominava le colline. Vi si accedeva da una scala in pietra che conduceva a un ingresso fiancheggiato da rampicanti sempre in fiore. Dietro la casa si trovavano le dipendenze: le baracche degli schiavi, le stalle e i fienili. Ancora più lontano, il giardino e un grande frutteto si estendevano a perdita d’occhio fino alla riva del fiume.
Era un bello e tranquillo pomeriggio d’ottobre. Il sole tardava a tramontare; sembrava fluttuare all’orizzonte, sospeso sopra le nuvole che cambiavano colore e si orlavano d’oro. Una brezza profumata scuoteva la chioma degli alberi e delle palme da cocco che si specchiavano nelle acque limpide del fiume. Il bagliore del sole arrossava le finestre della casa, che sembravano divorate dalle fiamme di un incendio interno.
Ovunque regnava un profondo silenzio. Le grosse giovenche ruminavano pacificamente, sdraiate all’ombra di grandi alberi. Alcuni volatili da cortile beccavano intorno alla casa; le pecore belavano e le mucche muggivano tornando alla stalla. La casa appariva deserta. Solo le persiane del salone e le porte-finestre dell’entrata, spalancate, rivelavano che gli abitanti non erano tutti assenti.
All’improvviso, nella pace del crepuscolo, si udirono le note di un pianoforte, poi una voce di donna, melodiosa e appassionata, la più pura e fresca che si potesse immaginare. La sua voce, un poco ovattata, aveva una vibrazione ampia e sonora. Il tono velato e malinconico della canzone rievocava il lamento di un’anima tormentata, e le parole dicevano:
Respirando sempre
l’aria amara della schiavitù,
come un seme piantato
in una terra maledetta,
passo la mia vita a piangere
la mia triste condizione.
Le mie braccia sono prigioniere,
non posso abbracciare nessuno,
e le mie labbra né i miei occhi
osano parlare d’amore.
È per soffrire meglio
che Dio mi ha donato un cuore.
Nelle grandi pianure ventose
il fiore emana il suo profumo,
gli uccelli cantano liberamente
la lode dei boschi.
Per la povera schiava sola
non c’è né canzone né amore.
Taci, triste prigioniera:
la tua denuncia è un crimine.
Quelle tenere intonazioni non potevano che suscitare il desiderio di avvicinarsi alla sirena che cantava tanto meravigliosamente. E se non era una sirena, soltanto un angelo avrebbe potuto cantare così.
Nel corridoio a destra, una grande porta socchiusa permetteva di intravedere un salone riccamente decorato. Seduta al pianoforte c’era una giovane donna dall’aspetto regale. Il suo profilo, in contrasto con i folti capelli neri, si distingueva nettamente dal piano d’ebano. I lineamenti erano così delicati, così eleganti, che sembravano lasciar trasparire l’anima. La sua carnagione ricordava l’avorio della tastiera, di un bianco fine e opaco.
I lunghi capelli ricci le cadevano sulle spalle in grossi boccoli e ricoprivano quasi interamente il retro della sedia alla quale si appoggiava. Sulla fronte serena, la luce della sera stendeva il suo caldo colore rosato. Per il momento aveva il viso rivolto verso le finestre e lo sguardo perduto in lontananza.
Il fascino della cantante era accentuato dalla semplicità del suo abbigliamento. Indossava un modesto abito di tessuto azzurro che metteva in risalto il suo portamento sottile e fine. Solo una piccola croce di giada, legata intorno al collo con un nastro nero, l’adornava.
Quando finì di cantare, la giovane donna restò a lungo assorta, le dita posate sui tasti del pianoforte, ascoltando morire gli echi della sua canzone.
La tenda di mussola di una delle porte interne del salone si aprì e un nuovo personaggio entrò nella stanza. Era un’altra donna, anch’ella nel pieno della giovinezza. La ricchezza e la raffinatezza del suo portamento le donavano quell’aria vagamente pretenziosa che assumono spesso le giovani di buona famiglia quando si trovano sole. Malvina, in effetti, era fiera della propria bellezza e posizione sociale, ma i suoi grandi occhi azzurri lasciavano trasparire la bontà del cuore.
Senza fare rumore si avvicinò alla cantante, si fermò dietro di lei e le posò dolcemente una mano sulla spalla.
«Isaura…» disse.
«Siete voi, signora?» rispose Isaura, trasalendo leggermente. «Non sapevo che foste qui.»
«Non importa, continua a cantare. Hai una bella voce. Ma preferisco che tu canti altre cose. Perché ami tanto questa canzone così triste?»
«La trovo bella, e poi… Ah! È vero, devo tacere…»
«Parla, Isaura. Non ti ho già detto che non devi nascondermi nulla e che non devi temermi?»
«Questa canzone mi ricorda mia madre, che non ho conosciuto. Ma se vi dispiace, signora, non la canterò mai più.»
«Non mi piace, è vero, Isaura. Le persone potrebbero pensare che ti maltrattiamo, che sei una schiava infelice, brutalizzata da cattivi padroni. Sai che molti invidierebbero la tua vita. Godi della stima dei tuoi padroni. Ti hanno dato un’educazione come poche donne ricche e di buona famiglia hanno ricevuto. E poi sai molto bene che mia suocera, prima di morire, ti ha raccomandata a me e a mio marito. Rispetterò sempre la volontà di quella santa donna. Vedi, io sono per te più un’amica che una padrona. No, Isaura», continuò Malvina con un tono di leggero rimprovero, «non voglio mai più sentire questo lamento.»
«Ma, signora, che altro sono se non una schiava? Questa educazione che mi è stata data, questa bellezza che tutti celebrano, a che cosa servono? Sono tutt’al più gli ornamenti con cui si adorna la baracca dello schiavo. Resta comunque una dimora miserabile.»
«Ti lamenti del tuo destino, Isaura?»
«Io, signora? No. Non ho alcuna ragione per farlo. Voglio dire soltanto che, malgrado i privilegi di cui mi onorate, so riconoscere quale sia il mio posto in questa casa.»
«Andiamo, Isaura, so che cosa ti affligge veramente. Anche la tua canzone lo dice. Bella come sei, devi avere sicuramente un innamorato.»
«Ma no, signora… Che idea!»
«Che male c’è? Non sarebbe nulla di straordinario. Andiamo, ammettilo: hai un innamorato, ed è per questo che rimpiangi di non essere libera. Libera di amare colui che ha conquistato il tuo cuore e che ti ama. Non è vero?»
«Perdonatemi, signora», replicò la schiava con un sorriso ingenuo, «vi sbagliate. Sono ben lontana dal pensare a ciò.»
«Davvero? Non inganni nessuno, mia cara. Tu ami, e sei troppo bella e troppo colta per innamorarti di uno schiavo… a meno che non fosse uno schiavo come te, ma dubito fortemente che possa esistere. Ti credo innamorata di un bel giovane, ed è per questo che la tua canzone è triste. Ma domani sarai libera. Non voglio che una giovane donna come te subisca ancora a lungo la condizione umiliante della schiavitù.»
«Vi assicuro, signora, non penso all’amore, e ancor meno alla libertà. A volte sono triste senza motivo, soltanto questo…»
«Poco importa. Sono io a desiderare che tu sia libera, e lo sarai.»
Una vita non può appartenere a un padrone
Scopri la lotta di Isaura contro una condizione che tenta di negarle dignità, amore e libertà.