Racconti

Maria Zef

Anteprima di lettura

Maria Zef

Tre donne, un carretto e la strada: povertà, violenza e dignità nel Friuli rurale

Paola Drigo

Carnia · Primo Novecento

Una voce contro il silenzio

Considerato uno dei testi più intensi della narrativa italiana del Novecento, Maria Zef racconta la condizione delle donne e delle bambine in un mondo segnato dalla miseria, dall’isolamento e da rapporti di potere senza difese. Paola Drigo osserva questa realtà con una scrittura asciutta, concreta e priva di consolazioni facili.

«Erano due donne, un carretto ed un cane.»

Dal libro

Parte prima

Il viaggio dalla Carnia verso la pianura

Erano due donne, un carretto ed un cane. Andavano lungo l’argine del fiume, dopo il tramonto, verso una grossa borgata di cui si vedeva appena brillare qualche lume sull’altra sponda.

Il carretto a due ruote, carico di mestoli, scodelle, càndole e candolini e di altri oggetti in legno, era trascinato da una delle donne che, attaccata alle stanghe per mezzo d’una cinghia passata sotto le ascelle, tirava innanzi animosamente tra le buche e il fango della strada.

Veramente, benché alta e complessa, con larghe spalle di montanara, era ella piuttosto una bambina che una donna: aveva appena tredici o quattordici anni, un visetto tondo e ingenuo e due begli occhi azzurri dall’espressione infantile.

Pur continuando a fare bravamente il proprio ufficio di cavallo, si voltava di tratto in tratto con visibile ansia a guardare la madre che, fiancheggiando il carretto e posando una mano sulla sponda, faceva l’atto di sospingerlo ma in realtà vi si appoggiava stancamente, trascinando a fatica i grossi piedi calzati di scarputis.

Osservando meglio, si vedeva che un terzo personaggio faceva parte della comitiva: una bimba di cinque o sei anni, profondamente addormentata fra i mestoli e i candolini e avvolta in uno scialle sdrucito, dal quale non sbucavano che un ciuffetto di capelli rossi e la sommità d’una guancia paffuta.

Il cane, un barboncino color del fango, trotterellando chiudeva il piccolo convoglio.

Camminavano dall’alba e avevano camminato anche il giorno innanzi, e quello precedente, e quello ancora prima: da due settimane attraversavano gran parte della regione che dal Friuli digrada al mare.

Si soffermavano nei paesi, nelle fiere e nei cortili delle case coloniche a vendere la loro mercanzia. Mangiavano, si può dire, camminando, e dormivano dove capitava: nei portici delle fattorie, nei fienili, nelle stalle.

Avvicinandosi all’abitato, la fanciulla si faceva precedere da un piccolo grido:

«Càndole, candolini, sculièri, menèstri, donne!»

Allora le contadine del piano, floride e grasse, uscivano dalle case con i bambini piccoli attaccati alle gonne, si assiepavano curiose intorno al carretto e finivano per comprare per pochi soldi chi un oggetto, chi un altro, dopo lunghe discussioni.

✦ ✦ ✦

La madre e le figliole erano ormai conosciute in tutti i paesi lungo le rive del Livenza e del Piave, perché, scendendo ogni anno dalla Carnia all’inizio dell’autunno, passavano sempre pressappoco per gli stessi luoghi e non tornavano in montagna se non dopo aver vuotato il carretto e raggranellato un piccolo peculio.

Al loro passare, la buona gente del contado le chiamava per nome e le salutava allegramente:

«Catine! Mariùte! Rosùte!»

I fanciulli le rincorrevano ridendo e gridando:

«Uh, Mariùte! Uh, Rosùte! Uh, Catine!»

A dire il vero, Catine, la madre, non avrebbe ispirato né simpatia né allegria, perché era una donna dall’aspetto squallido, taciturna, sempre piena di freddo, con un fazzoletto scuro legato sotto il mento come una vecchia.

Vecchia forse non era, ma era così logora e malandata da sembrare decrepita. Tossiva continuamente e camminava trascinando i piedi; pareva facesse fatica anche a rispondere a chi la salutava e usciva dal proprio torpore soltanto per discutere accanitamente sul prezzo della mercanzia.

Allora due macchie rosse le accendevano le tempie nel terreo pallore, la voce le tremava e le tremava la bocca sulle gengive sdentate. Mariutine, la figlia maggiore, la guardava con ansiosa timidezza.

«Che grinta!» borbottavano le contadine.

Con il suo modo di fare, Catine avrebbe indubbiamente disgustato e allontanato la clientela, se non avesse avuto al proprio fianco Mariutine.

Ma Mariutine, nei momenti difficili, sapeva intervenire con una parola conciliante o scherzosa che neutralizzava, per così dire, la durezza eccitata della madre. E poi aveva un’arte, quella bambina, per attirare a comprare anche chi non ne aveva voglia!

Prendeva in mano gli oggetti con delicatezza, maneggiandoli con la punta delle dita come fossero d’oro; li voltava e li girava da ogni parte, mettendone in mostra i pregi e nascondendone i difetti; guardava in faccia gli offerenti con quei suoi occhi azzurri che, ridendo, supplicavano.

«Ah, le bambine non sembrano neppure figlie di quel sacranon!» dicevano le donne. «Mariutine è una ragazzina d’oro, fa perfino da cavallo; Rosùte sembra fatta di burro.»

Infatti le bambine erano belle, robuste e colorite; piacevano a tutti. Mariutine era furba, svelta e allegra, impavida contro il freddo, la fame, il sonno e la fatica.

Rosùte era buffa, con il ciuffetto ritto di capelli rossi, insaccata in una vecchia giacca da uomo, grassa e pacifica come se si nutrisse di tordi e beccafichi anziché di pane duro.

Che fosse zoppina quasi non si notava e, in verità, non lo era: si era ferita a un piede andando scalza e, quando scendeva dal carretto, teneva la zampetta sollevata come le cicogne.

«Càndole, candolini, sculièri, menèstri, donne!»

Nota di lettura. Nel testo sono conservate alcune parole friulane che radicano la narrazione nella lingua e nella vita quotidiana dei personaggi. Le scarputis sono le tradizionali calzature friulane di stoffa.

•••

La storia continua

Una strada verso un destino senza difese

Il viaggio di Catine, Mariutine e Rosùte conduce dalla pianura alla montagna e dentro una realtà in cui la povertà espone le più fragili alla violenza. Paola Drigo restituisce loro uno sguardo e una voce che la società aveva negato.

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Immagine d’atmosfera: portatrice carnica, archivio storico della Regione Friuli Venezia Giulia. La fotografia non raffigura i personaggi del romanzo.

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