Biografie

LA CARTA DA PARATI GIALLA

di Charlotte Perkins Gilman

Classificazione: 5 su 5.

La carta da parati gialla

Avviene di rado che persone comuni come me e John riescono a ottenere sale ancestrali per l’estate. Una villa coloniale, una tenuta ereditaria, direi una casa infestata, in cui raggiungere l’apice della felicità romantica, ma sarebbe chiedere troppo al destino!

Tuttavia dichiarerò con orgoglio che c’è qualcosa di strano in tutto questo.

Altrimenti, perché darla in affitto così a buon mercato? E perché è stata disabitata per così tanto tempo? John ride di me, naturalmente, ma c’è da aspettarselo nel matrimonio.

John è pratico fino all’eccesso. Non ha pazienza con la religione, un intenso orrore di superstizione, e si fa beffe apertamente di qualsiasi discorso su cose che non possono essere sentite, viste e messe in scena.

John è un medico, e forse (non lo direi ad anima viva, naturalmente, ma questa è carta morta e un gran sollievo per la mia mente), forse questo è uno dei motivi per cui non guarisco più velocemente.

Vedete, lui non crede che io sia malata! E cosa si può fare? Se un medico di eccellente fama, che è anche il proprio marito, assicura ad amici e parenti che non c’è davvero nulla che non vada in me, se non una temporanea depressione nervosa, una leggera tendenza isterica, cosa si può fare?

Anche mio fratello è un medico, e anche lui di eccellente fama, e dice la stessa cosa.

Allora prendo i fosfati o i fosfiti, o come si chiamano, i ricostituenti, i viaggi, l’aria e l’esercizio fisico, e mi è assolutamente proibito ”lavorare” fino a quando non sarò di nuovo in salute.

Personalmente, non sono d’accordo con le loro idee.

Personalmente, credo che un lavoro gradito, insieme all’entusiasmo e al cambiamento, mi farebbe bene.

Ma cosa si può fare?

Ho scritto per un po’ di tempo, loro malgrado; ma mi stanca davvero tanto dover essere così guardinga, o diversamente incontrare una forte resistenza.

A volte provo a immaginare la mia situazione se avessi meno opposizioni e più compagnia e stimoli, ma John dice che la cosa peggiore che posso fare è pensare alla mia condizione, e confesso che mi fa sempre sentire male.

Quindi lascerò perdere e parlerò della casa.

È un posto meraviglioso! È abbastanza isolato, ben lontano dalla strada, a tre miglia dal villaggio. Mi fa pensare ai posti inglesi di cui si legge nei libri, perché ci sono siepi, muri e cancelli che si chiudono a chiave, e tante casette separate per i giardinieri e le persone.

C’è un giardino delizioso! Non ne ho mai visto uno così grande e ombreggiato, pieno di vialetti delimitati di bosso e fiancheggiati da lunghi pergolati ricoperti di uva, con panchine sotto di essi.

C’erano anche delle serre, ma ora sono tutte rotte.

C’è stato qualche problema legale, credo, qualcosa sugli eredi e i coeredi; a ogni modo, il posto è rimasto vuoto per anni.

Temo che questo rovini la mia spiritualità, ma non mi interessa. C’è qualcosa di strano nella casa, lo sento.

L’ho detto anche a John una sera al chiaro di luna, ma lui ha detto che quello che sentivo era una corrente d’aria e ha chiuso la finestra.

A volte mi arrabbio con John senza motivo. Sono sicura di non essere mai stata così sensibile. Penso che sia dovuto a questa condizione di nervosismo.

Ma John dice che se mi sento così trascurerò il giusto autocontrollo; allora mi sforzo di controllarmi, almeno davanti a lui, e questo mi rende molto stanca.

La nostra stanza non mi piace affatto. Ne volevo una al piano di sotto, che si aprisse sulla terrazza e che avesse rose su tutta la finestra, e delle bellissime tende di chintz vecchio stile! Ma John non ne ha voluto sapere.

Ha detto che c’era solo una finestra e non c’era spazio per due letti, e che non c’era una stanza accanto per lui, se ne avesse voluto prendere un’altra.

È molto attento e amorevole, e difficilmente mi lascia muovere senza darmi istruzioni speciali.

Ogni ora del giorno ho delle istruzioni da seguire; lui si prende cura di me, e quindi mi sento profondamente ingrata per non apprezzarlo di più.

Ha detto che siamo venuti qui solo per me, che dovevo godere di un riposo

(continua)


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